La maternità e la tenerezza, due chiavi di lettura per un Natale meno superficiale

Natale è sempre più caratterizzato da un reticolo di luci abbaglianti, vetrine affollate e a un calendario scandito da acquisti e scadenze, riducendosi, anno dopo anno ad una celebrazione superficiale, consumata in fretta e dimenticata altrettanto rapidamente. Eppure, anche al di là del credo e della religione, il Natale custodisce un nucleo simbolico e umano di straordinaria profondità, che può aiutare a restituire a questa festa uno spessore più autentico. Questi temi sono la maternità e la tenerezza.

Il primo tema che possiamo evidenziare è la maternità. Nel racconto cristiano del Natale, la maternità di Maria occupa un posto centrale: una giovane donna che accoglie la vita, la protegge, la porta con sé in un contesto fragile e precario. Ed oggi più che mai assistiamo, in diverse parti del mondo e soprattutto in Palestina, a maternità vissute in contesti pericolosi e precari.

Al di là della fede, la maternità rappresenta un’esperienza universale di cura, di attesa e di responsabilità verso l’altro. È l’immagine di un amore che non possiede, ma custodisce; che non impone, ma accompagna. In un tempo segnato dalla fretta e dall’efficienza, la maternità richiama un ritmo diverso, fatto di ascolto e di disponibilità. Guardare al Natale attraverso questa lente significa interrogarsi su quanto spazio diamo oggi alla cura: delle persone più vulnerabili, delle relazioni, persino del tempo che abitiamo.

La seconda chiave è la tenerezza. Il cuore del Natale è un bambino deposto in una mangiatoia, simbolo di fragilità assoluta. La tenerezza nasce proprio da questo incontro con ciò che è piccolo, indifeso, bisognoso. Non è un sentimento sdolcinato o superficiale, ma una forza silenziosa che invita a rallentare, a chinarsi, a riconoscere il valore di ciò che non ha potere. In una società che celebra il successo, la visibilità e la forza, la tenerezza appare quasi sovversiva: ci chiede di cambiare sguardo, di dare importanza a ciò che normalmente resta ai margini.

Maternità e tenerezza, insieme, offrono una visione del Natale che va ben oltre il consumo. Non si tratta di negare la dimensione festiva o il piacere del dono, ma di rimettere al centro il significato del donarsi. Il regalo più autentico non è l’oggetto, ma il tempo, l’attenzione, la presenza. In questo senso, il Natale può diventare un’occasione per riscoprire relazioni più vere e uno stile di vita meno frenetico, più umano.

Questi due temi hanno attraversato secoli di storia dell’arte, trovando espressione in alcuni dei più grandi capolavori. Pittori di epoche e sensibilità diverse hanno saputo tradurre in immagini la dolcezza del gesto materno, lo sguardo silenzioso di Maria, la vulnerabilità del bambino. Attraverso colori, composizioni e simboli, l’arte ha dato forma visibile a quelle emozioni profonde che le parole faticano a contenere. Nei dipinti della Natività, della Madonna col Bambino, della Sacra Famiglia, maternità e tenerezza diventano linguaggi universali, capaci di parlare ancora oggi a credenti e non credenti.

Nella parte successiva dell’articolo analizzerò tre opere, soffermandomi su come grandi artisti abbiano interpretato questi temi perché forse, per vivere un Natale meno superficiale, basta imparare a guardare ed imitare i sentimenti di una madre che stringe il proprio figlio e un bambino che, nella sua fragilità, chiede solo di essere accolto.

Madonna col Bambino del Sassoferrato (Sec. XVII)

Tra le opere più care alla devozione cristiana e ammirate per la loro dolcezza, spicca nella Pinacoteca Comunale di Cesena la Madonna col Bambino di Giovan Battista Salvi, noto come il Sassoferrato. Databile alla metà del XVII secolo, questo dipinto a olio su tavola è uno dei vertici della produzione del pittore marchigiano, celebre per le sue immagini devozionali della Vergine, caratterizzate da una grazia serena e da una profonda intimità spirituale. Lo sguardo si posa subito sulla figura di Maria, ritratta con un volto dolce e raccolto, avvolta da un velo e da un mantello dai toni profondi, privi di ogni artificio narrativo o paesaggio complicato: lo sfondo scuro elimina qualunque distrazione e concentra l’attenzione sull’incontro più intimo e umano che si possa immaginare.

Il cuore visivo e simbolico dell’opera, però, è il piccolo Gesù: il Bambino non è raffigurato in un gesto monumentale o ieratico, ma con una spontaneità che tocca. Con la testa appoggiata sul petto della madre, sembra quasi voler ascoltare il battito del suo cuore, un gesto che non solo esprime abbandono e fiducia, ma richiama in noi chi osserva un’esperienza archetipica di tenerezza e protezione. E come non pensare a quando noi stessi cercavamo il petto di nostra madre da bambini per riascoltare quel ritmo unico, che per nove mesi ci aveva accompagnato nel suo grembo? In questa posa semplice, lontana da ogni teatralità, troviamo la compenetrazione di affetto umano e senso del sacro. La capacità del Sassoferrato di cogliere e restituire questo sentimento si fonda su una pittura che oscilla tra precisione formale e delicatezza emozionale, in cui il volto della Vergine non è solo un simbolo di purezza, ma un volto che ascolta, accoglie e sorregge. È proprio questa qualità espressiva, la tenerezza silenziosa di uno sguardo e di un gesto, che fa di questa Madonna col Bambino un’immagine capace di suscitare empatia e contemplazione, invitando lo spettatore a fermarsi, a sentire e a riconoscere, nella fragilità del bambino e nell’abbraccio della madre, una verità umana universale.

Madonna con Bambino di Artemisia Gentileschi (XVIII sec.)

La Madonna col Bambino di Artemisia Gentileschi, realizzata intorno al 1610-1614 e oggi conservata nella prestigiosa Galleria Spada a Roma, è un’opera che cattura con immediatezza lo spettatore per la sua intimità e la forza emotiva del rapporto tra madre e figlio. In questa tela, Artemisia sceglie di rappresentare un momento di affetto profondo e quotidiano: il Bambino, terminato l’allattamento, si volge verso Maria con uno sguardo pieno di amore e, con la sua piccola mano, accarezza il volto della madre. Questo semplice gesto diventa il centro emozionale dell’immagine, suggerendo un’intimità autentica e immediata, che ci ingenera la compartecipazione del ricordo, di quando anche noi accarezzavamo da piccoli il volto di nostra madre. Gesù con la mano che sfiora il volto di Maria, richiama un istinto universale quello di cercare il volto di chi ci ama, di chi ci sostiene, di chi risponde ai nostri bisogni.

Maria, seduta su una modesta sedia di legno, è ritratta in un atteggiamento raccolto e quasi sognante, con il corpo e il volto rivolti verso il figlio. Il contatto di quella piccola mano sul suo volto, lieve, spontaneo, necessario, esprime un legame materno che non ha bisogno di altri simboli per farsi comprendere: è la tenerezza che parla da sé, fatta di fiducia, di abbandono, di affetto primordiale. Così la Madonna col Bambino di Artemisia diventa molto più di un dipinto devozionale: è un ritratto della tenerezza stessa, un invito a riconoscere nell’abbraccio e nel contatto quotidiano la sacralità dell’amore umano.

Madonna della Tenerezza di Andrea Mantegna (Sec. XV)

La “Madonna della tenerezza” di Andrea Mantegna è una delle immagini più intense e commoventi della maternità nella storia dell’arte. In quest’opera, il maestro rinascimentale riesce a fondere rigore formale e profonda partecipazione emotiva, dando vita a una scena in cui il sacro si manifesta attraverso un gesto umano, immediato, carico d’amore. Maria non è una figura distante o idealizzata: il suo corpo è colto in un movimento vivo, quasi impetuoso, mentre stringe a sé il Figlio con trasporto, come se temesse di lasciarlo andare. L’abbraccio non è statico né puramente simbolico, ma sembra nascere da un impulso istintivo, da un bisogno profondo di protezione e di vicinanza. Le mani della Madre avvolgono il Bambino con fermezza e dolcezza insieme, rivelando una maternità intensa, fisica, totalmente partecipe.

Il volto di Maria è il vero centro emotivo del dipinto. I suoi occhi sognanti, pieni d’amore, non si fissano sullo spettatore, ma sembrano guardare oltre, come immersi in un pensiero profondo. In quello sguardo convivono tenerezza e consapevolezza: la gioia dell’abbraccio presente e, forse, l’intuizione di un destino futuro. È uno sguardo che non parla, ma racconta, capace di trasmettere un sentimento complesso e universale, comprensibile a chiunque, credente o meno. Il Bambino, stretto al petto della Madre, risponde a quell’abbraccio con un abbandono fiducioso. Il contatto dei volti, la vicinanza dei corpi, l’intreccio delle mani costruiscono un dialogo silenzioso fatto di affetto e protezione. In questa relazione così ravvicinata, Mantegna esprime in modo potente il tema della tenerezza: non come sentimento fragile, ma come forza che lega, sostiene e dà senso.

Imitare l’Amore sacro

Dopo aver attraversato queste immagini, così diverse per stile, epoca e sensibilità, emerge con chiarezza un filo comune che le unisce: l’amore che si fa gesto, la tenerezza che prende forma nel corpo, nello sguardo, nel contatto. Nei dipinti del Sassoferrato, di Artemisia Gentileschi e di Mantegna non siamo semplicemente chiamati ad ammirare una bellezza formale o una perizia tecnica straordinaria; siamo invitati, piuttosto, a lasciarci coinvolgere. Queste Madri che stringono, accolgono, si lasciano toccare dai loro figli ci insegnano un linguaggio antico e sempre attuale: quello della vicinanza. Il bambino che posa la testa sul cuore della madre, la mano che accarezza un volto, l’abbraccio che trattiene con trasporto non sono solo immagini del sacro, ma icone di relazioni autentiche, fondate sull’ascolto, sulla cura e sulla fiducia reciproca.

Guardare queste opere significa allora fare un esercizio interiore: introiettare quei gesti, quegli sguardi, quella capacità di fermarsi sull’altro senza distrazioni. In un tempo che spesso ci rende freddi, distratti, indifferenti, queste immagini ci chiedono di rallentare e di recuperare una qualità dello sguardo più umana, più attenta. Ci invitano a riconoscere chi ci è accanto non come presenza scontata o funzionale, ma come persona fragile, bisognosa di contatto, di ascolto, di tenerezza. Forse è proprio questo il dono più profondo che queste Madonne ci consegnano: non una lezione da contemplare a distanza, ma un atteggiamento da imitare. Lasciare che l’amore si esprima nei piccoli gesti quotidiani, nello stringere senza possedere, nel guardare senza giudicare, nel prendersi cura senza clamore. Così l’arte smette di essere solo memoria del passato e diventa guida per il presente, capace di insegnarci, oggi come allora, a vivere con più calore, più compassione e meno indifferenza

Una replica a “La maternità e la tenerezza, due chiavi di lettura per un Natale meno superficiale”

  1. Bravo per questo bellissimo testo e il dipinto di Mantegna è una sorprendente scoperta per me. SLB

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a Stefano Cancella risposta